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GPI 2016. Un Gran Premio durissimo

Ci mancava un’intossicazione alimentare con relativa notte insonne.

12931293_1114021225287454_4736400188089024467_nOre 5, venerdì 8 aprile, devo alzarmi perché l’aereo per Pisa non aspetta. Sono con Riccardo che ci fa da shore-team e, tra un ragionamento e l’altro, da Pisa prendiamo il treno per Genova.

Ore 14 circa siamo in banchina di fronte ad Enrico e a Sailover – Paris Texas, il proto storico che ci deve portare in quest’avventura. Una gita di routine in testa d’albero per riparare la stazione del vento e un check finale a sartie e crocette come antipasto. Proseguiamo tutta la sera per capire come funziona la bambina, dove sono le manovre, cosa portare, dove stivare, quanta acqua portare etcc etcc etcc. L’indomani sveglia presto e una bella doccia, si prospettano tempi difficili per la toeletta. Non sto bene, mento dicendo che sono quasi in forma ma sono al 50%. Migliorerò, ne sono certo, nel frattempo so che comunque sono sul pezzo perché in questi mesi mi sono allenato molto fisicamente e le forze non mancano.

12974513_1114774218545488_6678746721224883560_nFortunatamente siamo tra i primi ad uscire in mare, abbiamo il tempo per provare qualche virata, sentire il timone, farsi una vaga idea di come naviga questa barchetta su cui non sono mai salito eccetto che per spostarla in porto…non credo basti. Il feeling è buono a parte la spada di Damocle delle sartie volanti. Qui, se sbagli, casca l’albero e per virare ci vogliono quasi tre minuti di orologio. I ballast si riempiono dai 12 nodi in su e dentro è pieno di roba pesante da spostare, pardon, da matossare. Memorizzo la procedura e si parte, con lo stomaco in subbuglio tipico dell’ansia pre-partenza. In realtà non sono un tipo ansioso, è l’intossicazione che mi perseguiterà per i primi tre giorni di regata.

Partiamo conservativi con 18/20 nodi di vento, una mano, ballast pieno e iniziamo la nostra cavalcata alla rincorsa di quelli bravi. Abbiamo passo e prua, siamo competitivi e questa scoperta ci galvanizza e ci sprona a rimanere concentrati.

Che cavolo ci faccio qui! A me piacciono le regate corte, tre prove in un giorno e poi a casa… mi faccio sempre fregare!

Passiamo tre giorni sempre di bolina con ogni condizione di vento e onda. Tre giorni in cui ho scoperto che dormire in un proto di carbonio è quasi impossibile. Dentro la barca il rumore è infernale e mentre cerchi di riposare almeno un po’ ad ogni onda sembra ti diano un calcio nella schiena. Penso: “Che cavolo ci faccio qui! A me piacciono le regate corte, tre prove in un giorno e poi a casa… mi faccio sempre fregare!”. La barca dentro è fradicia sia per il tempo umidissimo che per una piccola perdita nel circuito dei ballast. Il cibo è poco e il mal di mare si affaccia periodicamente.

Enrico almeno nel mangiare non ha perso il suo smalto mentre io mi sento sempre sottosopra. Infatti arriva nuovamente la nausea… e con una salvifica vomitata… sul telecomando del pilota! Mi sono liberato. Da qui in poi inizia la mia risalita fisica e ricomincio a mangiare e bere regolarmente.

13002383_1115716678451242_9119261874729616341_oEcco la Corsica ed ecco Nannini che ci concede un ponte radio per comunicare con Paolo Vianson e la barca appoggio. Arriva anche una piccola pausa di bonaccia dove asciugare tutto e rimettersi in corsa. Da qui di nuovo soli (tranne qualche incerto avvistamento) e di nuovo bolina sino alle bocche con un come chiodo fisso: siamo ultimi o secondi? Finalmente sentiamo via radio il comitato per segnalare il passaggio delle bocche: siamo secondi. La notizia ci galvanizza. Inizia una notte di nebbia e umido terribili. Le navi che ci segnala l’AIS compaiono all’improvviso nell’oscurità facendo una certa impressione. Il vento è variabile in intensità e direzione e ci accompagna sino a Giannutri in un’estenuante lotta di nervi con “li Croatici” e un’altra barca più lontana.

13002461_1117029054986671_3423050132815753060_oTeniamo sino quasi all’isola dove veniamo raggiunti e superati. Finalmente issiamo un gennaker dopo 4 giorni di boline estenuanti. Non dura molto. Dopo Pianosa si ricomincia a bolinare, sempre più duro. La Corsica ci saluta con un vento da nord freddo e con onda corta e ripida. Siamo stremati ma mancano ancora 150 miglia.

Dopo ore e ore di bolina il vento gira e issiamo il code five.

Finalmente si plana e iniziamo dei turni faticosissimi conditi con freddo, cambi di vele e riduzioni randa, ma soprattutto tanta acqua salata a bordo. I turni ruotano costantemente e, in vista di Genova, il vento ci abbandona in un mare che sembra ribollire con onde da tutte le direzioni. Per fortuna arriva una brezza da terra e riusciamo a tagliare il traguardo dopo 4 giorni, 18 ore e 14 minuti. Siamo terzi assoluti e secondi di classe.

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La soddisfazione paga le sofferenze patite. Posso dire che per me è stata la regata più dura di sempre e che il mini è una barca da marinai veri. Prometto sempre di non risalirci più a bordo ma poi, alla fine, mi faccio sempre convincere. Grazie Enrico e Sailover – Paris Texas, grazie Riccardo e Sant’efiso Sailing e grazie al mio povero corpo che ho costretto a passare dei momenti veramente difficili.